Cultura

 

Il morso del ragno

Francesco Guadalupi*


 

 Secondo antiche credenze popolari il tarantismo (o tarantolismo) è una malattia provocata dal morso della tarantola, piccolo ragno la cui puntura induce la vittima in uno stato isterico-convulsivo molto simile all’epilessia e guaribile con un apposito rituale. Il tarantismo pugliese nasce nel Medioevo e perdura con intensità di partecipazione popolare sino alla fine del 1700, iniziando la sua lenta decadenza nel secolo successivo. Il documento più antico in nostro possesso sull’argomento risale al 1362 ed è il Sertum papale de venenis di Gianguglielmo De Marra. L’autore  spiega che la tarantola, durante il morso, produce un suono particolare: quando il malato ode una melodia che corrisponde a quella del morso ne riceve un grande giovamento, pertanto è necessario l’intervento di suonatori che provochino una danza risanatrice “esplorando” il malato e individuando la melodia adatta al caso. L'interesse medico al tarantismo raccoglie nel XV e XVI secolo l'eredità della letteratura de venenis, per cui la “taranta” (nome popolare della lycosa tarentula) era assimilata ad animali velenosi quali vipera, stellio, serpenti, scorpioni e simili e come tale il suo morso era considerato velenoso. Il tarantismo, dunque, era ritenuto il risultato dell’intossicazione da aracnide e questa convinzione predomina anche nei secoli successivi. La letteratura scientifica tende infatti a snobbare l’ipotesi alternativa che attribuisce il fenomeno non ad un morso velenoso ma ad un morso puramente immaginario dettato da suggestioni personali. L’antropologo Ernesto De Martino nel 1959 compì con la sua équipe un viaggio nel Salento per comprendere in quale dimensione, reale o mitica, si potesse collocare questo misterioso fenomeno magico-religioso. La sua ricerca sul campo rivelò che la tarantola “morde” – in senso non concreto ma simbolico – nei mesi estivi, durante i lavori agricoli, ed insinua nelle vene del malcapitato un veleno che dura finchè vive la tarantola stessa e che si può trasmettere, come funesta eredità, a tutta la famiglia del tarantato. Le conseguenze del morso non scompaiono ma si ripresentano alla vittima ogni anno, a cadenze precise, e necessitano di un costante rituale terapeutico: il tarantato deve eseguire la danza della piccola taranta, la tarantella, in qualità di creatura posseduta dalla bestia, di personificazione dello stesso ragno e, contemporaneamente, di antagonista che la distrugge attraverso un vero e proprio esorcismo coreutico musicale e cromatico. De Martino giunse alla conclusione che all’origine del tarantismo pugliese vi erano reali episodi di aracnidismo diffusi nella regione, ma che, col tempo, il fenomeno mistico – con ogni probabilità retaggio di riti pagani della Magna Grecia (come i misteri dionisiaci) – aveva elaborato una sua autonomia simbolica e culturale lasciandosi variamente contaminare dalla simbologia medievale, dalle culture dei popoli mediterranei e dalla religione cattolica, che vi ha innestato il culto di San Paolo. Il tentativo di cristianizzazione del tarantismo, tuttavia, non è mai riuscito completamente. Durante la trance, infatti, le donne tarantate hanno continuato ad esibire comportamenti di natura oscena, ad esempio mimando rapporti sessuali oppure orinando sugli altari, per questi motivi la chiesa di San Paolo di Galatina, dove i tarantati venivano condotti a bere l'acqua sacra del pozzo della cappella, venne sconsacrata. Secondo De Martino questa antica liturgia era finalizzata a rimuovere traumi, frustrazioni, repressioni e conflitti interiori irrisolti; il tarantismo, d’altra parte, matura soprattutto nell’ambito esistenziale retrogrado del mondo contadino. Suggestive e inquietanti le caratteristiche del rituale di esorcismo: la vittima si produce in una danza frenetica che avviene in stato di offuscamento della coscienza, durante la quale sprigiona un’energia abnorme. Il ballo ha inizio dinanzi ad un pubblico di parenti e vicini, curiosi ma anche seriamente preoccupati. Al tarantato vengono forniti oggetti specifici per la cerimonia, come pampini e fronde, spade, pezze colorate da lacerare con le unghie e con i denti e specchi nei quali egli contempla il suo volto sospirando. Per imitare i movimenti del ragno, spesso viene apposta al soffitto una lunga fune, alla quale il tarantato si appende dimenandosi. Intorno ad un perimetro cerimoniale posto per terra, di solito rappresentato da un lenzuolo, egli danza annusando, o perfino ingoiando, fiori e piantine di menta, di cedrine e di basilico, che lo mettono in comunicazione con il mondo vegetale, spesso è accompagnato anche da un’angosciante lamentazione funebre. Lo spettacolo si conclude allorquando il tarantato sviene esanime, libero ormai dal ragno, a questo punto si “risveglia” e si guarda attorno come se nulla fosse accaduto, proiettato nel tempo ancora al giorno precedente il rito. Il tarantismo ha da sempre suscitato l’interesse di medici, artisti, studiosi, viaggiatori ed ecclesiastici, e nel tempo si sono succedute diverse ipotesi in quanto non esiste in natura un ragno il cui veleno provochi tali effetti. Si tratta, dunque, di un fenomeno complesso di religione minore non definibile su basi puramente mediche, che intreccia elementi psichiatrici ad aspetti sociali e culturali. Ne è prova il fatto che non vi sono mai stati casi di tarantismo a Galatina, città “immune”, e che quasi tutte le “pizzicate” (nella stragrande maggioranza donne) sono di origine umile. Nella seconda metà del secolo scorso il tarantismo ha subito una graduale e definitiva disgregazione, favorita dall’incalzante avvento della società tecnologica e “modernizzata”, e ha assunto gradualmente contorni folcloristici attirando l’attenzione di curiosi e visitatori. A tutt’oggi rimane un affascinante quanto misterioso elemento del nostro patrimonio di tradizioni popolari, che affonda le sue radici in una realtà sociale ed economica del tutto peculiare come quella pugliese e in particolare salentina. De Martino, non a caso, conclude il suo saggio La terra del rimorso ammonendo le generazioni future a non restare passivi spettatori dell’estinzione del tarantismo, ma ribadendo, al contrario, la necessità di indagare e comprendere a fondo ciò che tale fenomeno ha significato, per coglierne le oscure cause scatenanti in relazione alla nostra terra e alle nostre genti. 

*Giornalista pubblicista, direttore della rivista Maudits

 

 

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 Latiano: Chiesa di San Donato (particolare legato al tarantismo)

 

 


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