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TORRE SANTA SABINA: STORIA DI UN APPRODO

Antonella Antonazzo*

Affacciata sul mar Adriatico, incastonata tra Torre Pozzelle e Torre Guaceto (a nord di Brindisi), Torre Santa Sabina, che si articola in una serie di strette insenature rocciose ricadenti nel territorio di Carovigno (l’antico centro messapico di Karbina), si configura come un inesauribile scrigno, che custodisce, e generosamente ha restituito, i segni della vita di un approdo dimenticato. Innumerevoli sono le tracce (sia terrestri che subacquee) di una presenza umana continuativa nel tempo, dal Neolitico ad età micenea, ad età romana ed ancora fino al Medioevo.

Nel 1957, ad est dell’attuale abitato, si rinvenne un vasto insediamento con sepolcreto risalente alla tarda età del Bronzo, testimoniato da migliaia di buche da palo pertinenti a capanne e palizzate di recinzioni e da una rilevante quantità di ceramica micenea d’importazione. Successive indagini verificarono l’esistenza di fasi di frequentazione ben più numerose: emersero, infatti, un sito del Neolitico antico riferibile ad una comunità di agricoltori del VI millennio, ed una industria litica di superficie, che indicava preesistenze romanelliane/paleo-epipaleolitiche. Tutte le evidenze sub divo in prossimità della linea di costa, riferibili sia alla fase pre e protostorica sia a quella romana imperiale, hanno trovato rispondenza nei consistenti resti sommersi: anche l’abbondante materiale fittile proveniente dai recuperi subacquei, eterogeneo per provenienza, produzione e cronologia, attesta un ventaglio di frequentazioni molto esteso, che abbraccia un ampio arco cronologico, da età micenea ad età medievale.

Per la fase protostorica è attestato il rinvenimento di alcuni frammenti di ceramica micenea e di un pugnale di tipo miceneo, riconducibili al fenomeno degli scambi innescato dall’arrivo, in questa parte del Mediterraneo, di genti provenienti dall’Egeo (fase tarda del Bronzo medio-XIV sec. a.C.).

Un nucleo davvero cospicuo di materiali provenienti da recupero subacqueo (frutto dell’attività di discarica portuale e concentrati lungo la franata rocciosa a ridosso della costa emersa) testimonia, poi, la frequentazione di età arcaica: si tratta di importazioni (anfore egeoorientali; ceramica a vernice nera attica o di tipo attico; ceramica attica a figure nere; ceramica laconica e corinzia; ceramica a fasce di tipo greco-orientale; coppe ioniche) inquadrabili tra la fine del VII e la prima metà del V sec. a.C., periodo in cui Torre S. Sabina svolse una vivace attività di approdo per le navi che dall’Oriente, dalla Grecia e dalla sponda illirica risalivano l’Adriatico e di punto di redistribuzione per i centri messapici dell’immediato hinterland.

Approdo costiero già in età arcaica, quindi, Torre S. Sabina, rappresenta anche il polo litoraneo, il logico scalo, della città messapica di Karbina (l’odierna Carovigno), distrutta dai Tarentini nel primo quarto del V sec. a.C. nel corso del barbaros polemos.

Oltre che dalle grandi quantità di materiali ceramici rinvenuti, la persistenza di tale funzione di scalo lungo la rotta di cabotaggio e di terminale di rotte transadriatiche è testimoniata anche dalla presenza sui fondali dell’insenatura dei resti lignei di almeno tre, forse quattro, relitti, ai quali una parte di quel materiale può essere riferita. Di uno di essi (indagato negli anni settanta in maniera sistematica per circa un decennio dal Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, in collaborazione con il Museo Archeologico Provinciale di Brindisi e con il Gruppo Ricerche Archeologiche Subacquee “N. Lamboglia”) vennero individuati una porzione della chiglia e frammenti di fasciame caratterizzati da tracce di bruciatura, oltre a chiodi in bronzo e in ferro e a porzioni di lamine plumbee. A tale relitto è stato possibile attribuire, tra la congerie di materiale che venne recuperato, nuclei di rinvenimenti omogenei, costituiti da materiale di età tardorepubblicana: si tratta essenzialmente di un cospicuo gruppo di anfore (grecoitaliche recenti; Lamboglia 2; ovoidali adriatiche di produzione salentina; rodie; tripolitane) rinvenuto in stretta associazione con i resti lignei. Non si può escludere neanche la pertinenza agli stessi di un significativo gruppo di coppe “megaresi” (il nucleo più consistente di attestazioni di questa classe in Italia) d’importazione dall’area ionica e peloponnesiaca, così come di una varietà di altre merci (d’accompagno o relative alla dotazione di bordo) inquadrabili negli ultimi due secoli dell’età repubblicana (ceramica fine a vernice nera; ceramica a pareti sottili; ceramica d’uso comune; lucerne). Tale vasellame raffinato, proveniente dall’Egeo e dalla Grecia continentale, giungeva lungo la costa brindisina per poi nuovamente salpare alla volta di altro porto adriatico, eventualmente della sponda opposta, nel quadro di un commercio di redistribuzione che contemplava un carico “misto”, cui si aggiungevano anche generi salentini di prima necessità – olio e vino – contenuti entro le anfore di produzione locale.

Il relitto tardorepubblicano di Torre S. Sabina, tuttavia, non raggiunse mai la sua destinazione: colò a picco all’uscita dalla baia, forse a causa di un incendio, naufragando nella metà del II sec. a.C.

Degni di nota paiono anche i segni, sommersi e non, di un’antica cava di blocchi all’ingresso della baia, che attesterebbe una certa vivacità per l’approdo costiero, particolarmente intensa nel periodo dell’espansione romana in Oriente.

La presenza delle cave, infatti, ne faceva uno degli scali preferenziali del cabotaggio, quale approdo sussidiario della costa brindisina, in una duratura funzione di riparo per le navi che dall’Oriente e dalla Grecia risalivano lungo le coste adriatiche orientali.

Anche il territorio circostante ha restituito tracce archeologiche evidenti a giustificazione di questo periodo di grande vivacità, tra cui si possono annoverare, in particolare, un tessuto viario di grande rilevanza in cui si inserisce la determinante presenza della via Traiana, l’importante centro cittadino di Brundisium ed alcuni significativi insediamenti artigianali, come le fornaci di Apani e Giancola. Nei secoli successivi Torre S. Sabina svolse la funzione di scalo di servizio all’hinterland solo in misura molto ridotta. L’età imperiale mostra uno iato nella documentazione materiale del sito, con una sensibile diminuzione delle evidenze subacquee della prima metà del I sec. d.C.: il declino dell’approdo coincide significativamente con quello degli impianti produttivi del brindisino.

Solo pochi frammenti sono riferibili anche alla media e tarda età imperiale (qualche anfora di produzione italica e di importazione orientale; anfore Late Roman 1, 2, 3; sigillate Late Roman C), e vanno ricondotti alla frequentazione della mansio ad Speluncas della via Traiana, le cui relazioni con l’approdo sono testimoniate dalle evidenze conservate nell’entroterra: grotte ed un complesso di resti (insediamento, necropoli e vie principali e di servizio) ubicati appena più a sud e relativi ad una delle stazioni della via Traiana destinate alla sosta ed al cambio dei cavalli, quale tappa intermedia a spezzare il lungo percorso di circa 40 miglia che separava Gnathia da Brundisium.

Nuovamente dal mare, tuttavia, vengono i segni di una frequentazione umana in sordina, ma ancora presente: altri tre relitti testimoniano comunque la sopravvivenza dell’approdo nel corso dei secoli. Una di tali imbarcazioni, individuata già negli anni settanta e “riscoperta” nel 1989, a pochi metri dalla costa, conserva l’opera viva da prua a poppa (fasciame, paramezzale e chiglia), oggi tutelata da un sistema di copertura voluto dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia per evitare i danni provocati dai saccheggi. Recenti analisi dei frammenti lignei effettuate con il metodo del C14 hanno prodotto una datazione al II sec. d.C. (+/-80), per la quale è comunque necessaria una certa cautela.

In una zona attigua è stata rinvenuta un’altra concentrazione di frammenti lignei pertinenti al fasciame di un’ulteriore imbarcazione (anch’essa tutelata con il medesimo sistema di copertura), collocabile, in base alla datazione con il C14, entro il IV sec. d.C.

Entrambi gli scafi, privi di carico, spiaggiati ed in posizione perpendicolare alla linea di costa, fungono da importantissimi markers delle variazioni del livello del mare dell’evoluzione della linea di costa: con buona probabilità, come accade nelle aree portuali, infatti, essi potrebbero essere stati dimessi ed abbandonati, individuando, in tal modo, il precedente livello del mare. Proprio nel corso delle operazioni di copertura degli altri due, venne accertata la presenza di un quarto relitto nella baia. Dal fondale, da cui venne recuperata anche una palla di cannone in ferro, emergeva un lungo manufatto ferroso di forma cilindrica, collegato a grossi frammenti di legno, pertinente alla prua di un’altra imbarcazione, cronologicamente inquadrabile tra il XVI ed il XVII secolo grazie all’associazione con vari elmi e chiodi in ferro.

in collaborazione con la rivista Altre Strade n.0

*Beni Culturali, Architettonici, Archeologici e dell'Ambiente

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
   
   
   
   
   
   

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