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6 dicembre 2008 LEGAMBIENTE: PROPOSTE CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
- CO2 = + BRINDISI Sin dal Consiglio della primavera del 2007 dei Capi di Stato e di Governo, l’Unione Europea ha definito le strategie di politica energetica con l’obiettivo per il 2020 di ridurre del 20% le emissioni di CO2 e la domanda di energia elettrica (in questo caso investendo in efficienza e in risparmio energetico) e di portare l’incidenza delle fonti rinnovabili al 20% sulla produzione globale elettrica. Il Governo italiano vorrebbe rinviare o cancellare gli impegni assunti, sostenendo che rispettarli costerebbe 18 miliardi di euro (9 per la Commissione Europea ed 8 secondo Legambiente). I conti sono fatti unicamente sull’acquisto di quote da chi all’estero emette meno CO2 di quella assegnatagli (compensando, quindi, virtualmente e non realmente le emissioni prodotte), ma è bene sapere che il costo della tonnellata equivalente di CO2 pagata sul mercato è di 18 euro, mentre il costo è di 10 euro investendo in efficienza e fonti rinnovabili. Quanto sia in ritardo l’Italia lo confermano alcuni dati: sulla percentuale attuale delle fonti rinnovabili sulla produzione di energia elettrica (poco più del 16%) il vecchio idroelettrico copre quasi il 15%. L’estensione territoriale di collettori solari in Italia è pari ad un quarto di quella austriaca. L’ENEA quantifica in 20 mila i Megawatt installabili di eolico. Infine, la AIE (l’Agenzia Internazionale per l’Energia) quantifica in ben ⅔ della quantità attuale le emissioni di CO2 che potrebbero essere ridotte investendo in efficienza. Anche negli Stati Uniti sembra che si stiano aprendo scenari estremamente positivi, visto che il nuovo presidente Obama ha confermato gli impegni presenti nel suo programma elettorale e, più precisamente, l’investimento nei prossimi 4 anni di 150 miliardi di dollari nelle fonti rinnovabili, la riduzione del 35% dei combustibili fossili e l’impegno ad ottenere una riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050. Da ultimo, il Vaticano ha confermato la volontà di portare almeno al 20% entro il 2020 la propria copertura della domanda di energia elettrica affidata alle fonti rinnovabili. In Italia, purtroppo, non si pianifica la politica energetica (l’ultimo piano nazionale risale al 1987), si prospetta un irrazionale rilancio del nucleare (a parte gli insormontabili problemi ambientali e di sicurezza, gli unici Paesi che hanno commissionato nuovi impianti, la Francia -1- e la Finlandia, stanno registrando aumenti dei costi anche di due terzi). In Italia, purtroppo, alle grandi società elettriche ed ai grandi gruppi industriali, tra liberalizzazione del mercato dell’energia, leggine sblocca centrali e deroghe rispetto a termini di legge e contrattuali, si offrono ponti d’oro e non è un caso che gli impianti più climalteranti d’Europa siano stati definiti la Centrale termoelettrica Brindisi sud e l’ILVA di Taranto, con rispettivamente 15.340.000 T/anno e 11.070.000 T/anno di CO2 nel 2005. La Puglia è, infatti, l’emblema di anni di politica industriale ben descritta già da Scalfari e Turani in “Razza Padrona”, cioè di insediamenti “capital intensive”, drenanti enormi capitali pubblici, ad alto rendimento per le aziende e ad alto impatto ambientale. In Puglia, all’inizio degli anni ′80, per giustificare la Centrale termoelettrica Brindisi sud e quella elettronucleare, il P.E.N. e l’ENEL prevedevano una domanda regionale di energia elettrica per il 1990 di 19 Twh (miliardi di chilovattore), ma attualmente, quasi venti anni dopo, i consumi effettivi sono di circa 17,5 Twh. Il Ministro Prestigiacomo, come si sa, ha grottescamente sostenuto che il Presidente della Regione Puglia non vuole bene ai pugliesi nel richiedere un piano di riqualificazione ambientale all’ILVA, tanto più necessario per quel che riguarda le emissioni di diossina, rispetto alle quali la Prestigiacomo vorrebbe derogare per quel che riguarda il limite di 100 ngr/Nm3 (nanogrammi per normal metro/cubo) e del tutto disattendere l’obiettivo europeo di 0,4 ngr/Nm3, per non parlare del tedesco di 0,1 ngr/Nm3. A Brindisi è ancora in esercizio, grazie alla compiacenza parlamentare e ad una legge fatta ad hoc, la Centrale Edipower Brindisi nord, oltre la citata Centrale Brindisi sud ed alla Centrale a ciclo combinato Enipower non ancora in attività. Attualmente la potenza termoelettrica nominale complessiva è pari a 4350 Mw e la quantità di carbone sul territorio è lievitata fino a 11 milioni di tonnellate annue. La bolla di CO2 complessivamente prescritta per Brindisi per il 2012, è un limite oggi vistosamente superato dalla sola Centrale di Brindisi sud. Fra l’altro, pur essendo l’emissioni di CO2 il problema minore connesso all’installazione del terminal di rigassificazione, anche quest’ultimo, fra esercizio diretto e combustione in torcia, aggiungerebbe 1.062 T/anno di CO2. Legambiente ha da tempo proposto soluzioni realistiche che si fanno anche carico della fornitura di energia elettrica verso i lontani carichi – luoghi di consumo – spesso del nord (se si dovesse mutuare l’assurdo principio estremo della proposta federalista della Lega, soltanto un 10% della produzione dovrebbe uscire dalla regione). A fronte di una domanda di energia elettrica massima (decisamente gonfiata) possibile fra 10 anni in Puglia di 22,5 Twh, Legambiente prevede un tetto massimo della produzione elettrica pari a 40 Twh annue, di cui un quarto da fonti rinnovabili. Ciò comporta la chiusura della Centrale Brindisi nord, il funzionamento di due gruppi su tre di Enipower, e di tre su quattro di Brindisi sud (con carbone STZ o, al massimo con tenore di zolfo non superiore a 0,35%, alto potere calorifico e rendimento dell’impianto del 45%), il non superamento della potenza in esercizio a Taranto con alimentazione a metano ed il no a nuovi impianti. Per quel che attiene le fonti rinnovabili (che vedono la Regione Puglia in prima linea), è fondamentale che la pianificazione, la regolamentazione, l’informazione ed il sostegno tecnico e finanziario, impediscano un incontrollato e dequalificante assalto alla diligenza e garantiscano in dieci anni il raggiungimento di livelli di produzione – che Legambiente quantifica in 10 Twh annue – abbinando parchi eolici, impianti fotovoltaici o, ove sussistano le condizioni, di combustione di biomasse, accanto alla prioritaria scelta di una rete diffusa di impianti unifamiliari, su edifici privati e pubblici o di quartiere. I primi impianti vanno, in primo luogo, localizzati in aree industriali, su suoli non coltivati, al servizio di frazioni, borghi, insediamenti rurali marginali, ovviamente tenendo ben presenti le condizioni ottimali di funzionalità tecnica. Oggi i parchi eolici presenti in Puglia arrivano a garantire una funzionalità annua di 1900-2000 ore che può essere incrementata, mentre le prospettive del fotovoltaico si vanno rapidamente ampliando, sia per quel che riguarda disponibilità ed efficienza delle celle al silicio (e, più complessivamente, dell’intera macchina), sia per quel che riguarda l’uso di film polimerico o sottile, del solare a concentrazione o del termodinamico (basato sul principio di Archimede). Il CNR di Bologna ha progettato il Photon Inside, vernice che costerebbe 20.000 euro per un impianto da 3 Kwh equivalente (che diventerebbero 10.000 a famiglia per un impianto da 18 Kwh equivalente). Legambiente da tempo chiede ai comuni capoluogo di provincia ed a quelli con più di 50.000 abitanti (quanto meno) di dotarsi di quel piano energetico di cui dovrebbero disporre dal 1991 e di investire, innanzitutto, nei propri edifici e nei propri servizi, a cominciare dall’illuminazione pubblica, in fonti rinnovabili ed efficienza, ma chiede anche che si offra ai cittadini ed alle imprese uno sportello di informazione e assistenza per accedere al “conto energia”, se il Governo non stravolgerà del tutto qualità e quantità finanziaria delle disposizioni connesse e gli stessi termini di applicazione (è assurdo far scattare il silenzio-diniego in caso di mancata risposta alla richiesta di privati). Per fare un semplice esempio, per un impianto da 3 Kwh equivalente è possibile accedere alla defiscalizzazione del 55%, a contributi sull’installazione ed al recupero crediti da immissione in rete o scambio di energia, oltre al risparmio di circa 800 euro all’anno per bollette non pagate e, cosa importantissima, alla riduzione conseguente di CO2 pari a circa 3 tonnellate/anno per ogni impianto unifamiliare. Legambiente ha recentemente presentato un’idea progettuale nell’ambito dei programmi per l’Area Vasta che comprende quasi l’intera provincia di Brindisi, idea pregettuale che prevede l’autosufficienza energetica della frazione di Tuturano, insediamento più vicino alla Centrale termoelettrica Brindisi sud, ma caratterizzata dalla precarietà dei servizi (compresi quelli elettrici), soprattutto in aree periferiche. L’idea progettuale, se approvata e finanziata, oltre all’indubbio miglioramento della qualità della vita e dei servizi e ad un risparmio annuo per famiglia di circa 1000 euro, comporterebbe una riduzione annua equivalente dell’emissione di CO2 pari a non meno di 3 mila tonnellate di CO2. Nell’ambito degli stessi programmi per l’Area Vasta Legambiente ha anche presentato un’idea progettuale per la realizzazione di una linea di metropolitana di superficie lungo, in gran parte, linee ferroviarie esistenti o programmate (collegamento nuovo con l’area industriale e portuale). Questa linea va ad inserirsi all’interno di un progetto complessivo di mobilità urbana. Le proposte suddette, vanno ad incidere sulle emissioni di CO2 legate ad attività civili (v. Tab.1) ed ai trasporti su strada (v. Tab.2), ma, come risulta evidente dal 1990 al 2005 l’aumento delle emissioni da tali fonti è stato contenuto. Tabella 1
Tabella 2
Ben diverso è l’incremento delle emissioni di CO2 nei processi produttivi in genere (v.Tab.3) e soprattutto nella combustione nell’industria (v. Tab.4). Tabella 3
Tabella 4
I dati comparativi fra il 1990 ed il 2005, però, dimostrano inequivocabilmente che la principale fonte di gas climalteranti è l’attività energetica (v. Tab.5), con emissioni di CO2 passate da 9.701.686,326 T. del 1990 a 19.532.833,37 T. nel 2005 (di cui 15.340.000 T. prodotte dalla sola Centrale Brindisi sud). Tabella 5
Il decreto legislativo 4 aprile 2006, n° 216, ha puntualizzato l’assegnazione delle quote di emissione fino al 2012. Particolarmente significativa è la proiezione al 2012 per quel che attiene gli impianti energetici (v. Tab.6). Tabella 6
L’obiettivo di riduzione di CO2 attribuito agli impianti energetici per il 2012 appare difficilmente raggiungibile da Enel (8.572.422 T/anno) e da Edipower (1.043.497 T/anno), visto che principalmente Enel non rispetta assolutamente le quote assegnate annualmente. Del tutto illusionistica sembra la soluzione del confinamento di CO2 (forse reale scopo delle prospezioni alla ricerca di giacimenti petroliferi annunciati?). L’unica soluzione che Legambiente ritiene plausibile (tanto più in considerazione degli obiettivi dell’UE su cui il Governo italiano vorrebbe porre il veto) è la programmazione della chiusura della Centrale Brindisi nord ed il funzionamento di tre gruppi su quattro della Brindisi sud, come già dettagliato. Alcune considerazioni vanno, infine, fatte sulle ipotesi di opere programmate dall’Autorità Portuale di Brindisi. Tralasciando in questa sede l’antitesi al progetto di “Citta d’Acqua” e di rilancio del rapporto simbiotico fra la città ed il suo porto rappresentata dall’assurda ed invivibile marginalizzazione dello scalo crocieristico alla diga di Punta Riso, Legambiente ha sempre precisato che il problema del porto non è la carenza di banchine, ma quella di servizi adeguati e l’insostenibile peso della movimentazione di combustibili. La colmata di 40 ettari di mare tra Pedagne e Punta Cavallo risponde alla vecchia logica delle megaopere che giustifichino megainvestimenti, appalti e subappalti ma non necessariamente la soluzione ideale per il porto containers (dal punto di vista funzionale, per non parlare di quello ambientale), tanto più se si decidesse di riprogrammare la destinazione d’uso della colmata di Capo Bianco e di rilanciare una diversificazione reale di Costa Morena (con il carbone scaricato nell’apposito molo da tempo approvato) e dell’area di S. Apollinare (il cui immenso piazzale, finora, è stato reso vivo soltanto dalla Messa del Papa e dal concerto di Jovanotti). La motivazione del porto industriale o, in una accezione più soft, che non cambia la sostanza, di una darsena energetica costituita da due immensi moli di 1.800 metri l’uno a Cerano, con annesse opere di protezione è assolutamente inaccettabile: da un lato, infatti, è impensabile, per ragioni funzionali e di sicurezza, che in uno stesso molo possano attraccare sia petroliere, sia gasiere con GPL (allocate oggi più vicino ai logici fruitori e da ridurre, visti i rischi connessi a tali movimentazioni) sia le gasiere con GNL (vero obiettivo della proposta connessa alla realizzazione di un rigassificatore che Legambiente rigetta, ricordando la presenza del gasdotto dalla Grecia e di quello previsto dall’Albania e la crescente domanda di navi che rigassificano a bordo. Dall’altro lato, è assurdo che si legittimi la lievitazione incontrollata del traffico di carbone fino a 11 milioni di tonnellate all’anno (massimo 2,5 milioni di tonnellate prescritte dalla convenzione stipulata dall’Enel e nel D.P.R. dell’aprile 1998 di approvazione del piano di risanamento per l’area ad elevato rischio di crisi ambientale di Brindisi). Addirittura, nel documento approvato nel Comitato Portuale, si prospetta l’eventualità “di soddisfare ulteriori esigenze in termini di capacità di ormeggiare navi in numero maggiore rispetto a quelle che sono necessarie al regolare funzionamento della Centrale elettrica di Cerano”. Considerando che Edipower ha già chiarito di voler continuare lo scarico di carbone per la Centrale di Brindisi nord all’interno dell’attuale porto, le ulteriori esigenze di cui parla l’Autorità Portuale ci porterebbero decisamente al di sopra degli 11.000.000 di tonnellate all’anno. Il devastante nuovo porto industriale e un futuro nero come il carbone, è (come la Tabella 7 dimostra) la negazione di un serio e sostenibile sviluppo della Città d’Acqua. Tabella 7
A Cura di Doretto Marinazzo, Giuseppe Greco e Enrico Favuzzi
9 novembre 2008 ENERGIA E CLIMA: UN FUTURO DIVERSO? Nulla è impossibile! La posizione del Governo italiano rispetto all’applicazione delle disposizioni dell’Unione Europea, che garantirebbero entro il 2020 la riduzione del 20% delle emissioni di CO2, l’incidenza delle fonti rinnovabili sulle produzioni di energia elettrica pari al 20% ed una riduzione dei consumi pari al 20% grazie a risparmio ed efficienza enegertica appare sconcertante. Il Governo italiano sostiene che gli obiettivi fissati dall’Unione Europea comporterebbero costi pari a 18 miliardi di euro: calcolo esclusivamente concepito per le imprese che, se per incapacità e, soprattutto, per mancanza di volontà, non riducessero le emissioni attraverso investimenti nell’innovazione tecnologica, nell’efficienza e nel miglioramento del rendimento dei sistemi produttivi, si troverebbero costrette a comprare crediti da altri Paesi, per compensare gli eccessi di emissioni rispetto ai valori assegnati. In realtà, il raggiungimento degli obiettivi andrebbe conseguito direttamente in Italia, dove comprare quote ha un prezzo di 18 euro a tonnellata, mentre gli investimenti richiamati costano 10 euro a tonnellata. Legambiente ha quantificato in 8 miliardi di euro l’effettivo costo del pacchetto clima europeo, specificando, però, che investire in fonti rinnovabili, in efficienza energetica (l’ENI quantifica in più del 30% il risparmio che ogni singola famiglia potrebbe ottenere, ma ben maggiori sono le percentuali realizzabili nelle attività altamente energivore) e nel contenimento del 20% delle emissioni di CO2 rispetto ai valori registrati nel 1990 non ha soltanto un indubbio vantaggio sull’ambiente e sulla salute pubblica, ma incentiva imprese ed occupazione ad alto valore aggiunto, nella ricerca, nella produzione, nell’assemblaggio, nell’istallazione e nella manutenzione di macchine e materiali ad alta efficienza energetica. In Germania, gli occupati nella filiera delle fonti rinnovabili vanno sensibilmente avvicinandosi agli impiegati nel termoelettrico tradizionale. In Italia, nazione leader nel know how e nella produzione di aerogeneratori fino agli anni ’80, gravissimi sono oggi i ritardi (non soltanto la fine della Riva Calzoni) e preoccupanti sono oggi i tagli previsti sulla ricerca o sugli incentivi e le misure a sostegno dell’attuazione del “conto energia”, con l’evidente rischio di consegnare il mercato agli “ecofurbi”. La Puglia da sempre è stata terra di conquista per insediamenti “capital intensive”, per aree di servizio energetico, drenanti enormi finanziamenti pubblici e, in tutti i sensi, altamente inquinanti, ma anche terreno per le lotte che hanno fatto la storia del movimento ambientalista (e non solo). Oggi la Puglia ha contemporaneamente il complesso siderurgico più climalterante, l’ILVA, responsabile anche di emissioni di diossina (il Governo italiano ha chiesto una deroga rispetto al limite di 100 ngr/m3 e la Germania ne annuncia uno di 0,1 ngr/m3. Taranto produce il 92% delle emissioni di diossina in Italia ed il 18% di quelle europee) e l’impianto che produce più CO2 nell’Europa occidentale (la centrale Brindisi Sud). Politicamente e giuridicamente poco efficace appare l’azione di contrasto di Regione ed enti locali ed inapplicabili sono le prescrizioni del protocollo di Kyoto per il 2012. È evidente che una grande vertenza su energia e clima debba essere condotta in Puglia e che essa debba diventare priorità nelle politiche istituzionali e nelle consultazioni elettorali del 2009 e del 2010 (fra l’altro, nessuna istituzione regionale ha efficienti agenzie per l’energia, l’energy manager, le politiche e i programmi in linea con gli obiettivi europei nei servizi pubblici). Il comitato regionale pugliese di Legambiente ha, nel suo documento congressuale del 2007 sull’energia, tracciato analisi e proposte che oggi devono tenere conto di ulteriori impianti energetici, autorizzati o programmati, a ciclo combinato, con recupero di vapore o di biomasse da altri cicli produttivi e da fonti rinnovabili. Il P.E.A.R. (piano energetico ambientale della regione Puglia) prevede un indice di crescita annuale della domanda di energia anche inferiore rispetto a quella indicata da Legambiente (sulla quale, però, non viene fatta incidere il potenziale peso prodotto dal risparmio energetico, quantificato nel 25%). Le 22,5-23 Twh (miliardi di Kwh) previste da Legambiente tra 10 anni, in ogni caso, non giustificano minimamente le potenziali 50 Twh da immettere in rete dal solo termoelettrico, per cui Legambiente riconferma l’obiettivo totale (incluse altre fonti) delle 40 Twh; ciò basta a garantire il sensibile contributo della Regione Puglia (e soprattutto, quello gravoso di Brindisi) ai fabbisogni di regioni prevalentemente a maggioranza leghista, promotrici di assurde proposte federaliste. Sulle 40 Twh annue da immettere in rete l’incidenza delle fonti rinnovabili può raggiungere il 25%, contestualmente riducendo la produzione da termoelettrico tradizionale, attraverso la chiusura della centrale Brindisi Nord, l’esercizio di tre gruppi su quattro della Brindisi sud (con ricorso a carbone a bassissimo tenore di zolfo ed alto potere calorifico e tecnologie che portino il rendimento al 45%), i cicli combinati Enipower a Brindisi ed Edison a Taranto (là dove non devono essere incrementate la potenza in esercizio o nuovi impianti, tanto più se utilizzassero gas di processo). In Puglia, anche alla luce delle procedure V.I.A. e delle inquietanti vicende penali, non si giustificano nuovi terminal di rigassificazione, anche perché la Puglia, attraverso il gasdotto dalla Grecia ed il possibile gasdotto dall’Albania, potrà immettere in rete 22 miliardi di metri cubi all’anno di metano, nel mentre le navi capaci di rigassificare GNL direttamente a bordo sono una realtà operativa e da incentivare. Va anche ricordato che un elettrodotto porterà in Italia, attraverso la Puglia, l’energia elettrica prodotta in Albania nel parco eolico infelicemente localizzato sui monti Karaburun, sopra Capo Linguetta ed accanto alla baia di Orikum (1500 Mw costituiti da addirittura 500 pale da 3 Mw). In Puglia, gli impianti fotovoltaici ed eolici da installare devono, però, essere preventivamente sottratti all’incontrollato assalto alla diligenza speculativo in corso sull’acquisto o l’affitto di terreni agricoli, da sottoporre a rigorosa regolamentazione che tuteli la salute pubblica, l’ambiente, le attività agricole ed il paesaggio, nonché a procedure di V.I.A. o di incidenza ambientale. Peraltro, parallelamente o prioritariamente rispetto ai parchi eolici o agli impianti fotovoltaici di significativa potenza nominale, va incentivata una rete diffusa di impianti unifamiliari, condominiali, su aree rurali, borghi ed insediamenti da rendere autosufficienti (vedasi l’idea progettuale presentata da Legambiente nell’Area Vasta di Brindisi, per la frazione di Tuturano), con l’illuminazione pubblica a led. Importante è la realizzazione di piani energetici comunali, in primis nei comuni capoluogo di provincia, organizzando gli interventi pubblici ed i sostegni ai privati nell’applicazione del pacchetto “conto energia”. Infine, due parole sul nucleare, tema particolarmente avvertito in Puglia ed in particolare nelle province di Brindisi e Taranto in cui 15-20 anni fa era prevista la realizzazione di una centrale elettronucleare da 2.000 Mw in località Santa Sabina-Specchiolla, a nord del parco di Torre Guaceto o in località Avetrana-Maruggio-Torricella, progetto cancellato dalla rivolta delle popolazioni – con Legambiente in testa – e dal referendum del 1987. Una nazione che non sa e non può – malgrado i circa 10 miliardi di euro spesi – organizzare lo smantellamento degli impianti nucleari esistenti e l’eliminazione delle scorie radioattive (per non parlare dei materiali radioattivi, soprattutto di origine sanitaria), non è serio che parli di nuovi impianti elettronucleari e di siti, scelti, come agli inizi degli anni ’80, su base geopolitica e non scientifica. In Italia l’ultimo P.E.N. risale al 1988 e soltanto per la prossima primavera si annuncia una conferenza nazionale sull’energia che l’ex ministro Pecoraro Scanio, dopo averne assicurato l’organizzazione, non ha realizzato (la liberalizzazione del mercato dell’energia, avviata dal governo nel 1999, è ovviamente la negazione della pianificazione). Il governo iperliberista e protettore delle imprese che non vogliono applicare il pacchetto energia europeo, dovrebbe sostenere ricerca e interventi operativi verso impianti di 4ª generazione, ma, come detto, non affronta lo smantellamento dell’esistente e lo smaltimento delle scorie. Per realizzare i piani nucleari di cui da tempo promuove la realizzazione, occorre un consenso nazionale e, soprattutto, enormi finanziamenti. Mody’s (e non certo gli ambientalisti) ha quantificato in 8.000 dollari il costo del chilovattore prodotto in impianti elettronucleari, con ciò fornendo ampiamente una autorevolissima chiave di lettura sul perché negli Stati Uniti non sono stati commissionati nuovi reattori dal 1978. In Europa si pubblicizzano costi pari anche alla metà di quelli sopra indicati, ma non si tiene conto dei costi del ciclo di produzione (per non parlare di quelli sanitari ed ambientali) e del fatto che in Francia (un unico nuovo impianto) ed in Finlandia, si stanno facendo i conti con un rincaro del 25% rispetto a costi preventivati sulla carta. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Obama, nel suo programma elettorale ha annunciato investimenti per 150 miliardi di dollari nelle fonti rinnovabili, prevedendo addirittura 5 milioni di nuovi posti di lavoro, e progressivamente una riduzione delle emissioni di CO2 dell’80% rispetto al 1990, entro il 2050. Inoltre prevede una diminuzione del 35% dell’uso del combustibile fossile. In Italia il Parlamento, con visione estremamente miope, ha deciso di nominare una commissione che, in poco più di sei mesi, dovrebbe individuare tecnologie e siti. L’ENEL, per di più, in nome di una logica colonialistica, dovrebbe realizzare un nuovo impianto in Albania.
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